E se… l’Occidente smettesse di esportare abiti di seconda mano?

Il commercio di abiti di seconda mano è un business multimiliardario. Per molti di noi, cercare le occasioni dei negozi dell’usato è una scelta etica ed economica: meglio che comprare fast fashion, no?

Purtroppo non è così semplice. Si stima che oltre il 70% degli abiti donati a livello globale finisca in Africa, mentre l’85% di tutti i prodotti tessili nel mondo finisce in discarica.

I produttori del continente africano non sono in grado di competere con i prezzi degli abiti usati che arrivano dall’Occidente, né di trarre vantaggio dai materiali coltivati sul proprio suolo, come il cotone.

Se i Paesi più ricchi non avessero un posto dove scaricare i rifiuti di abbigliamento, molti di noi sarebbero costretti a cambiare il proprio modo di consumare?

Per dirla con le parole della compianta Vivienne Westwood, dovremmo “comprare meno, scegliere bene, far durare”.

Secondo l’attivista per la moda sostenibile Aja Barber, se ai produttori di abbigliamento venisse fatto pagare un solo penny (meno di due centesimi) per ogni capo, si potrebbero raccogliere oltre 43 milioni di dollari “da investire in una migliore raccolta e smistamento degli abiti nel Regno Unito”.

Non potendo trarre profitto dall’esportazione degli scarti della moda, i governi occidentali potrebbero essere costretti a regolamentare l’industria della moda per gestire meglio i rifiuti.

Ciò potrebbe avvenire attraverso un’implementazione più radicale della “responsabilità estesa del produttore” (EPR), una politica ambientale che estende la responsabilità del produttore per un prodotto alla fase di smaltimento più avanti nel ciclo di vita, dopo che i consumatori hanno finito di utilizzarlo.

Oggi esistono oltre 400 programmi EPR a livello mondiale che coprono settori come l’elettronica, i pneumatici e gli imballaggi, ma solo un Paese ha una politica EPR per il tessile e l’abbigliamento: la Francia.

Inoltre, quando è stata messa in pratica, questa politica è stata in gran parte guidata dalle preoccupazioni del Nord globale per gli alti costi di gestione dei rifiuti e lo spazio limitato per le discariche nei loro Paesi, non dalla giustizia ambientale o dal colonialismo dei rifiuti.

Senza dover competere con i vestiti di seconda mano a basso costo provenienti dall’Occidente, le industrie tessili locali nei Paesi a maggioranza potrebbero prosperare.

Questo si può già vedere su piccola scala in Ruanda, che nel 2018 ha vietato l’importazione di abiti di seconda mano.

Nonostante le severe sanzioni dell’amministrazione Trump, il settore tessile e dell’abbigliamento del Paese si sta dimostrando promettente, con una crescita dell’83% in valore dal 2018 al 2020.

In Paesi produttori di cotone come il Ghana e l’Uganda, potrebbero essere sviluppati altri impianti di lavorazione, creando posti di lavoro per milioni di africani.

Ciò consentirebbe a questi Paesi di trarre vantaggio dall’industria globale del cotone nel suo complesso, anziché affidarsi ai materiali estratti ed esportati allo stato grezzo, che non sono altrettanto redditizi.

Gli stilisti dei Paesi a maggioranza potrebbero anche trovare più facile produrre i loro capi di abbigliamento con materiali locali e sostenibili, invece di dover fare affidamento solo su materiali importati.

Un’industria tessile più localizzata ridurrebbe anche l’impronta di carbonio dell’industria della moda e offrirebbe un vantaggio culturale.

Come mi ha detto Bobby Kolade, fondatore del marchio di moda ugandese BUZIGAHILL: “Non mi piace vedere gli ugandesi indossare magliette con scritte in tedesco.

Voglio vedere magliette con scritte in lingua locale e arte locale. Questo ha un valore culturale”.

Il desiderio di Kolade è che i giovani, da Nairobi a Lagos, cambino gli abiti di seconda mano, realizzati per una “fun run” britannica o un addio al celibato nordamericano, con modelli realizzati tenendo conto delle lingue, dei disegni e delle culture locali.

Liz Ricketts, co-fondatrice della Fondazione Or – l’organizzazione no-profit che si occupa di iniziative come Stop Waste Colonialism, una campagna per rendere l’EPR responsabile a livello globale – ha scritto: ‘Non ci può essere “innovazione sostenibile” senza giustizia.

I rifiuti saranno la prossima frontiera del colonialismo e del greenwashing oppure serviranno come opportunità per una maggiore consapevolezza e riparazione. Scegliete la seconda”.

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