Kenia, verso il blocco definitivo dell’import di abiti usati

Kenia, verso il blocco definitivo dell’import di abiti usati

In Kenya, l’industria tessile locale vuole un divieto definitivo di importazione di abbigliamento di seconda mano per incrementare la produzione locale. La misura è stata temporaneamente imposta lo scorso marzo per limitare la diffusione del coronavirus.

L’industria tessile locale sta esortando il governo a mantenere il divieto permanente di importazione di abbigliamento di seconda mano per incrementare la produzione locale. Imposta lo scorso marzo, questa misura temporanea mira a limitare la diffusione del coronavirus nel paese.

Secondo diversi operatori intervistati da Businessdailyafrica, questa restrizione commerciale rappresenta un’opportunità unica per rilanciare il comparto del tessile-abbigliamento, la cui crescita è ostacolata dai prodotti a basso costo.

“Gli operatori locali hanno la capacità di offrire ai consumatori prodotti a prezzi accessibili in un ambiente che offre economie di scala”, dice Beatrice Mwasi dell’organizzazione keniota LASK.

Gli osservatori dubitano che questo appello riceverà una risposta favorevole dal governo keniota. In effetti, il Paese si è già tirato indietro su questo tema qualche anno fa, di fronte alla minaccia di esclusione degli Stati Uniti dall’AGOA a seguito di una denuncia dell’American Secondary Textile Materials Industry Association (SMART).

Recentemente, la SMART ha anche criticato il divieto temporaneo di importazione di capi di abbigliamento usati, mettendo in dubbio l’effettiva trasmissione del virus attraverso i capi di abbigliamento.

Ricordiamo che il Kenya ha speso 17,8 miliardi di scellini (167 milioni di dollari) per l’importazione di abbigliamento di seconda mano nel 2019.

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Cristiano Volpi
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